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Il caso D’Ambros

Il caso D’Ambros.

Erano circa sei settimane che Angelo D’Ambros, nato a Fara Vicentina (Vicenza) l’8 novembre 1917 ( ha svolto varie professioni delle quali citiamo quella di muratore e di lavorante in un seccatoio) e residente a Gallio (Comune situato nell’Altopiano di Asiago, in provincia di Vicenza) in Via Sesto Alpini n. 4, si recava nei boschi che rivestono con la loro vegetazione i declivii montuosi sovrastanti il paese: precisamente nella parte alta di località Gastagh, dove tagliava degli arbusti per ricavarne della legna da ardere. Erano dunque le ore 11.45 circa di venerdì 24 novembre 1978 ed erano trascorsi circa 10 minuti dal momento in cui il D’Ambros si trovava nel punto dove doveva avvenire l’incontro con “qualche cosa” che scuoterà notevolmente il suo normale equilibrio nervoso. Voltatosi per deporre un ramo appena tagliato, egli osservò di colpo due esseri dai tratti umanoidi, ma nello stesso tempo dai caratteri somatici, nel loro complesso, differenti da quelli che rappresentano l’identikit umano (a tale punto, il D’Ambros nel corso delle nostre indagini, li definirà “due bestie”). A questo punto riteniamo oltremodo interessante per il lettore, onde riportare il più fedelmente possibile le parole stesse dell’interessato, stralciare il contenuto della registrazione su nastro magnetico dell’intervista.

Inquirente: a quanti metri si trovavano da lei?

D’Ambros: Un metro, un metro e mezzo circa.

Inquirente: erano l’uno a fianco dell’altro, oppure erano posti l’uno dietro all’altro?

D’Ambros: Nel momento iniziale in cui li ho visti erano affiancati. Subito dopo il più piccolo che era alto circa sessanta centimetri ha cominciato a muoversi qua e là a scatti rapidissimi mentre il più grande, che era alto circa ottanta centimetri, si muoveva anche lui ma poco poco. E’ bene che io vi dica subito che i due esseri erano costantemente innalzati dal terreno di circa 30-40 cm: quindi, se vi devo stimare la loro altezza dal livello del terreno, ai 60 ed 80 centimetri bisogna sommare i 30-40 centimetri del sollevamento da terra.

Inquirente: Ci descriva le sembianze dei due esseri.

D’Ambros: Erano estremamente magri, con la pelle giallastra chiara tirata sulle ossa a tale punto che ho potuto notare sulle mani dell’essere più alto, quello che si muoveva leggermente, delle vene grosse come una matita mentre anche sulla sua testa erano evidenti delle vene ma in modo meno accentuato. Avevano una testa grande, allungata, a pera, completamente sprovvista sia di capelli che di peli, ciglia e sopracciglia, ai lati della quale risaltavano due orecchie lunghe come quelle di un asino; ma, a differenza di quelle di questo animale, magrissime come il resto del corpo, e che si ergevano verticalmente e terminavano a punta. Sotto i due occhi bianchi, incassati, quasi incarnati nella testa, del diametro di circa 3cm, privi di palpebre, c’era un naso lungo in modo tale che quasi arrivava a toccare il labbro superiore abbastanza carnoso, giallo chiaro come la pelle, su di una bocca più o meno come la nostra ma più larga, alle cui estremità sporgevano per circa 3cm due denti bianchi e larghi, mentre sotto la bocca c’era un mento come il nostro ma molto magro anche quello. I due esseri erano ricoperti da una tuta scura, di un colore che potrebbe essere ottenuto mescolando insieme nero, grigio e verde, molto aderente, che copriva anche le braccia fino ai polsi e le gambe fino a subito sotto le ginocchia, lasciando le mani, il resto delle gambe nonché i piedi scoperti, e che terminava in alto a girocollo. Le mani ed i piedi erano di una lunghezza nettamente priva di proporzione rispetto al resto del corpo e per la precisione ho stimato che le dita delle mani, in numero di cinque, fossero lunghe circa 25cm, compresi circa 5cm di lunghezza delle unghie; mentre quelle dei piedi, anch’esse in numero di cinque e dotate ugualmente di unghie, erano lunghe circa 35-40cm.

Inquirente: ci dica quale è stata la sua reazione e che cosa è avvenuto.

D’Ambros: Appena ho visto quei mostri sono stato assalito da un tremito di paura e ho gridato, con tutto il fiato che avevo in gola <<aiuto!>>, sperando che qualcuno si trovasse li vicino e venisse in mio soccorso, questo per il motivo che non potevo sapere che intenzioni avessero nei miei confronti dal momento che, raccogliendo tutto il mio coraggio ed interpellandovi ripetutamente sulla loro provenienza, come risposta non sentivo che dei borbottii incomprensibili provenire dall’essere più piccolo di statura (che continuava a spostarsi con scatti rapidissimi, senza muovere minimamente i lunghi piedi, provocando con tali continui movimenti un leggerissimo rumore di spostamento d’aria). Contemporaneamente, appena ho guardato bene in faccia l’essere più alto, quello che rimaneva sempre nella stessa posizione e che si muoveva assai leggermente ad una distanza costante da me di circa un metro, questi con la sua lunga mano mi ha afferrato la roncola (una specie di grosso falcetto adunco spesso chiamati sull’Altopiano di Asiago con la dizione veneta “cortalaso”), prendendola dalla parte non tagliente della punta, e tentando di sottrarmela. La mia immediata decisione è stata quella di non cedergliela, perché quell’arnese rappresentava per me in quel momento l’unico mio strumento di difesa; pertanto ho fatto saldamente presa sul manico, che è avvolto da una spessa guaina di solido cuoio e munito alla sua estremità inferiore di un gancio che serve ad appenderla al muro e alla cintura. L’essere sembrava però volere impossessarsi proprio della roncola perché ha tentato un’altra volta di strapparmela vi afferrandola un po’ più in basso con la conseguenza che mi è sembrato di avvertire una leggera scarica elettrica nella mano e lungo il braccio. Constatata la mia ferma decisione di non lasciare la presa dell’arnese, è tornato alla carica usando questa volta, tutte e due le mani, per afferrare la roncola ancora più in basso, e molto più in pieno, sempre dalla parte non tagliente della lama. In quest’ultimo tentativo l’essere usò una forza eccezionale che riuscii a sostentare grazie soltanto al fatto che le mie forze risultavano notevolmente aumentate dalla disperazione in cui ero caduto nel constatare che le mie grida di aiuto on facevano accorrere nessuno, col risultato di avvertire nella mano e lungo il braccio nuovamente (e questa volta assai chiaramente) una scarica elettrica.

Inquirente: la prima volta che l’essere afferrò l’arnese, non avvertì alcuna scarica elettrica?

D’Ambros: non ho mai avuto la convinzione di aver sentito anche in quel momento una debolissima scarica elettrica.

Inquirente: sentendo una forte scarica elettrica nel braccio, non le venne spontaneo mollare la presa della roncola?

D’Ambros: non avevo che quell’arnese per difendermi da quei mostri ed in ogni caso non potevo sapere se, una volta che gliela avessi lasciata, non l’avrebbe usata contro di me.

Inquirente: prosegua nel racconto dei fatti.

D’Ambros: a questo punto mi sono arrabbiato, perché sembrava proprio che l’essere non volesse assolutamente desistere dal suo tentativo di sottrarmi la roncola e curvandomi un po’, ho preso con l’altra mano un grosso ramo deciso a colpirlo per porre termine a questa faccenda, che sulle prime mi aveva portato sull’orlo del terrore. Visto il mio gesto, l’essere mollò immediatamente la presa della roncola e, insieme al più piccolo, si diede alla fuga, voltandomi entrambi la schiena, con una velocità eccezionale, sempre sollevati da terra e senza muovere minimamente i lunghi piedi. Riacquistata la mia normale calma, stimolato ora da una irresistibile curiosità sulla provenienza di quei due esseri disumani, dalle sembianze uguali tranne la statura, come vi ho già detto, li inseguii correndo il più velocemente possibile verso il sentiero in cui si erano immessi. Siccome questa specie di mulattiera, addentrandosi tra le piante, fa una curva a gomito, li persi molto presto di vista, ma nonostante ciò continuai a cercarli sino a quando, dopo pochi istanti, dietro un grosso abete, a circa trenta metri di distanza, fui in grado di scorgere uno strano oggetto che stava sollevato su quattro zampe a circa un metro dal suolo. La forma era come quella che si ottiene mettendo due piattini uno sopra l’altro, ma leggermente più oblunga. Alla sommità, al centro, c’era una piccola cupola, di colore rosso vivo nella parte superiore, compresa la cupola, l’ordigno si presentava blu nella parte inferiore, mentre una striscia mediana bianca separava nettamente le due fasce diversamente colorate e le quattro zampe erano di colore grigio alluminio. Nel momento in cui vidi l’oggetto, che era lungo circa quattro metri e largo due, ho notato nella parte superiore, dove c’era la cupola, una di quelle lunghe mani che chiudeva dall’interno una specie di botola portandosela dietro. Dopo pochissimi stanti l’oggetto è decollato a velocità vertiginosa senza alcun rumore provocando una tale fiammata rossa che non mi ha permesso di distinguere le sue fattezze. Erano trascorsi circa 4 minuti dall’istante in cui mi ero accorto della presenza dei due esseri dietro di me.

Inquirente: l’oggetto si è sollevato in verticale oppure è partito in trasversale?

D’Ambros: è decollato trasversalmente, sparendo alla mia vista in un attimo dietro gli alti abeti.

Angelo D’Ambros, notevolmente sconcertato da questo scioccante incontro, rincasò immediatamente percorrendo di gran corsa il tragitto che lo separava dalla sua abitazione in appena circa 10 minuti (mentre normalmente ne impiegava una trentina per coprire la stessa distanza). Arrivato a casa, disse alla moglie di non voler pranzare appartandosi in una stanza per pensare o ripensare su quanto gli era capitato. Le figlie e la moglie, preoccupate da questo insolito comportamento del congiunto, gli chiesero più volte se si sentisse male ottenendo delle risposte evasive e nemmeno un minimo accenno su quello che gli era capitato nel bosco. Giunta l’ora di cena, deciso di sedersi a tavola anche perché era presente il genero, Luciano Munari nato a Gallio il 29 dicembre 1950, bidello al Liceo Scientifico “Jacopo da Ponte” di Asiago (residente a Gallio in via Leghen n. 1).

Ascoltando taciturno i consueti discorsi tra figlia e genero, ad un certo punto si rivolse al Munari con queste parole: “Se aveste visto quello che ho visto io nel bosco questa mattina, non avreste la minima volontà di discutere su queste cose”. Il genero gli chiese allora che cosa gli fosse capitato ed ecco che per la prima volta il D’Ambros raccontò il suo strano episodio. Il Munari rimase alquanto perplesso dal racconto del suocero, ma, nello stesso tempo, conoscendolo ormai da tempo come una persona della massima serietà, nonché fortemente equilibrata, e tenendo conto anche del fatto che non aveva mai acquistato riviste di fantascienza e che addirittura non era solito leggere alcun giornale e raramente guardava la televisione, gli attribuì una certa attendibilità, riservandosi, però, di farsi accompagnare l’indomani sul posto, dato che ormai era troppo tardi essendo già buio. Sabato 25 novembre, il Munari, dopo essere ritornato da scuola, verso le ore 14, si fece accompagnare dal suocero sul luogo dell’accaduto. Giunti in loco, il D’Ambros indicò al genero, da una certa distanza, il punto esatto dove si trovava l’oggetto. Grazie a tale indicazione, il Munari trovò nella radura una zona quasi circolare di circa 3 metri e mezzo di diametro nella quale l’erba appariva nera, più che bruciata, sporca come fosse oliata, nettamente schiacciata e ruotata in senso antiorario. Da rilevare che – come ci ha riferito il Munari – si poteva notare, da una parte, un prolungamento di circa due metri dell’impronta costituito da erba schiacciata e ruotata, ma che non appariva nera. Il genero del D’Ambros ritenne allora opportuno toccare l’erba che gli dava la netta impressione di essere sporca di nero e con sua grande sorpresa costatò che le mani gli rimanevano completamente pulite. Si fa inoltre presente che internamente alla zona di erba schiacciata, ruotata e nera dove il suocero gli aveva indicato che si trovavano le quattro zampe su cui si reggeva l’oggetto (la cui forma, a detta del D’Ambros, era come quella di avambracci che formano 90° con le mani, cioè “delle gambe che terminavano a taglio”, per usare le sue testuali parole), il Munari trovò due impronte profonde 2-3cm, larghe altrettanto e lunghe circa 20cm, praticamente a forma di U, distanti l’una dall’altra circa un metro e mezzo. Imputando la colpa alla presenza di alcuni sassi il fatto che non riusciva a notare quelle che dovevano essere state causate dalle altre due zampe. Ad ulteriore conferma – ci ha dichiarato il Munari – che il D’Ambros abbia effettivamente visto qualcosa di anomalo, si è potuto anche constatare dalla parte dove l’oggetto era partito c’erano alcuni cespugli, costituiti anche da rovi, completamente sradicati da terra, effetto questo dello spostamento d’aria provocato dalla partenza dell’oggetto.

Il guaio fu che il Munari non aveva pensato di portare con sé la macchina fotografica, con l’amara conseguenza di non essere creduto, una volta ritornato in paese, da molti compaesani. Agli increduli rispose che l’indomani sarebbe ritornato nel bosco per fare delle foto, ma purtroppo la notte di sabato 25 novembre nevicò sull’Altopiano di Asiago causando la circostanza che soltanto domenica 3 dicembre egli poté recarsi nel posto dell’osservazione dell’UFO assieme al fotografo del paese e ad altre persone che non avevano creduto né in suo suocero né in lui. Così spalarono la neve dove il Munari si ricordava di aver osservato le due impronte ad U per poterle fotografare e, una volta sviluppate le foto, essendo queste in bianco e nero, risultarono pochissimo evidenti i particolari delle impronte. Non soddisfatto di ciò, il Munari decise di recarsi in loco nuovamente domenica 10 dicembre per fotografare, questa volta con la sua macchina fotografica, le due impronte e temendo che dalle foto (in questa occasione a colori) ugualmente non si potessero notare bene, le attornio con della carta colorata di giallo. Luciano Munari è stato anche l’artefice della decisione del suocero di rivolgersi al “Giornale di Vicenza” per rendere edotta l’opinione pubblica su quanto era avvenuto. “Sono stato aggredito da due marziani: volevano la roncola”, di venerdì 1 dicembre 1978, falsando in gran parte, come purtroppo è peculiarità della stampa non specializzata ogni volta che si accosta alla problematica degli UFO.

Il resoconto testimoniale. Appena pubblicato l’articolo, oltre ai moltissimi curiosi, fecero visita al D’Ambros alcuni appassionati di ufologia residenti a Vicenza allo scopo di rivolgergli alcune domande. Constatata (come gli stessi Munari e D’Ambros) sulla lama della roncola un’impronta grande più o meno quanto quella di un dito mignolo (ma costituita da linee orizzontali) e la insolita colorazione rosso scuro che aveva assunto la parte tagliente della lama, chiesero ed ottennero dietro il rilascio della loro carta d’identità) l’arnese in prestito onde portarlo in un laboratorio di ricerche di Vicenza perché fossero effettuate delle opportune analisi. Purtroppo – come ci ha dichiarato Carlo Spaliviero, uno di quegli appassionati, residente a Vicenza in via Spalato n. 14 – il laboratorio cui si erano rivolti chiese loro una forte somma di denaro, con il risultato che decisero di riportare la roncola a Gallio, non pensando nemmeno di fotografare l’impronta sulla lama. Come ci ha dichiarato il Munari, una volta riavuta la roncola, che appariva dalla parte tagliente della lama ancora di colore rosso scuro, il D’Ambros la usò nuovamente con il risultato che ben presto sia l’impronta che l’insolita colorazione non furono più visibili.

Quando ci recammo a Gallio la prima volta (cosa che avvenne soltanto nell’autunno del 1979, perché impegnati ad indagare su diversi altri strani episodi avvenuti in altre parti delle Tre Venezie che saranno oggetto di prossimi articoli), mi riferirono in casa D’Ambros che alcuni giorni prima, in seguito ad una loro visita nel luogo dell’osservazione dell’UFO, per raccogliere funghi, l’erba appariva ancora nera e sporca, non essendo, in quel punto, praticamente ricresciuta con la primavera.

Purtroppo non potemmo fare un immediato sopralluogo per il motivo che era nevicato sull’Altopiano di Asiago appena due o tre giorni prima; e il bosco, data l’altitudine, rimarrà ricoperto dalla neve sicuramente fino ai primi giorni del mese di aprile di quest’anno. Il Munari, nel corso della nostra seconda indagine, avvenuta nel febbraio del 1980, ci ha fatto anche presente quanto segue: “Se fossi stato io, che ho 29 anni, a raccontarvi questo strano episodio – io che leggo i giornali e guardo spesso la televisione – avreste anche potuto pensare che avessi fantasticato su una cosa del genere; ma, per mio suocero, sarebbe praticamente impossibile imbastire una tale storia. Anche se può aver travisato qualche particolare nel raccontare l’episodio, considerando lo stato di naturale sgomento in cui era precipitato e tenendo conto che può utilizzare la vista perfetta di un solo occhio, avendo danneggiato l’altro in un incidente di lavoro (per cui, e questo ce lo insegna l’oculistica, si potenzia la vista in lontananza, mentre diminuisce, comunque di molto poco, quella di cose poste a distanze assai ravvicinate), sono propenso, soprattutto dopo aver visto che cosa era successo nel bosco là dove mi aveva indicato che c’era l’oggetto, a concludere che senz’altro è stato coinvolto in un fatto che ha dell’incredibile. Vorrei ancora aggiungere che mio suocero mi disse che, rincorrendo gli esseri, era quasi caduto scivolando sul terreno. Ebbene, appena giunti sul posto l’indomani dell’accaduto, mi indicò anche, da una certa distanza, il punto dove era scivolato, ed effettivamente, una volta arrivato lì, ho potuto notare il segno lasciato dallo scivolone. Dopo l’episodio di mio suocero decisi di documentarmi un po’ sull’argomento degli UFO, ed acquistai il libro “Rapporto sugli UFO” di J. Allen Hynek con il risultato di poter verificare una evidentissima rassomiglianza delle due impronte ad U da me fotografate (soprattutto per come apparivano prima che cadesse la neve) con quella che è riportata in una foto del libro, tutta circondata da pietre (il Munari si riferiva alle impronte lasciate da un UFO a Soccorro nel New Mexico, il 24 aprile 1964 N.d.R.).

Venendo ora ad una nostra considerazione sul caso, possiamo affermare che non siamo riusciti a trovare alcuna spiegazione naturale, pertanto siamo convinti che il fatto debba essere catalogato come “fenomeno non identificato”. Fondamentalmente l’UFO di Gallio ha avuto un solo osservatore, sebbene vi siano altre non trascurabili testimonianze collaterali che si susseguono nel corso del 24 novembre 1978 in località situate nello stesso Altopiano di Asiago e ai suoi limiti, e sulle quali il Centro Ufologico Nazionale ha già da tempo aperto approfondite indagini che qui non citiamo per il motivo già espresso e sulle cui risultanze non mancheremo di informare il lettore. Avendo effettuato ripetute visite al pensionato di Gallio, onde completare il relativo dossier, siamo stati in grado di controllare più volte il carattere ed il modo di vivere dei componenti le famiglie D’Ambros e Munari, concludendo che si tratta di persone che godono di un’ottima reputazione in paese e che sono di una estrema semplicità, molto legate alle proprie attività quotidiane. In particolare il D’Ambros, avendo frequentato la scuola soltanto fino alla quarta elementare, come egli stesso ci ha riferito, ci è apparso come una persona non dotata di grande cultura, e dunque assai difficilmente soggetta ai voli di fantasia.

L’UFO ci ha lasciato delle tracce sul terreno e la roncola, a detta di diverse persone, presentava un’impronta lasciata da una “mano” dell’essere ed aveva assunto dalla parte tagliente della lama una colorazione rosso scuro. La probabilità che l’avvistamento in oggetto abbia una spiegazione naturale è, a nostro avviso, minima se non nulla, in quanto, avendo noi effettuato indagini approfondite sul caso, ci siamo convinti che qualcosa di fisico e materiale sia avvenuto in località Gastagh coinvolgendo il pensionato. Non è possibile liquidare il caso imputandolo ad una allucinazione, non essendoci alcuna prova che sostenga tale soluzione; al contrario, esistono altri casi nelle Tre Venezie, sui quali abbiamo già da tempo aperto varie inchieste, che contengono degli elementi a sostegno della teoria che afferma la concretezza, ma nello stesso tempo l’origine ignota delle entità associate agli UFO. Vogliamo concludere con queste parole del D’Ambros, pronunciate nel corso della nostra inchiesta.

Inquirente: Premettendo che non le stiamo mancando di rispetto, secondo noi, lei può anche essere stato vittima di una allucinazione nell’osservare quei due esseri da lei definiti disumani.

D’Ambros: Assolutamente no!

Inquirente: Ci sono delle persone che non credono nell’esistenza degli UFO. Qual è, invece, al riguardo il suo convincimento?

D’Ambros: Dopo quello che ho visto, non posso rifiutarmi di credere che esistano effettivamente.

Cesare Valocchia

Cesare Valocchia è nato a Roma nel 1970. Perito tecnico in telecomunicazioni con alle spalle corsi specialistici in fibre ottiche e trasmissione dati, coltiva due passioni: il volontariato e l’ufologia. Istruttore di manovre di rianimazione cardio-polmonare adulto e bambino, ha raccolto le sue esperienze di volontario sui mezzi del servizio di emergenza sanitaria nazionale 118 di Roma in un ebook dal titolo: “ Non dirmi grazie ”. Il suo motto è: Aiutare chi soffre è il miglior pagamento. Dai primi anni 90 si occupa di avvistamenti e dal 2011 cura personalmente il sito di ufologia www.myuforesearch.it del quale è responsabile. Le sue ricerche sul legame apparizioni mariane e fenomeno ufo sono disponibili nel suo sito. E’ membro del Cun ( Centro Ufologico Nazionale), sulla cui rivista ufficiale è stato pubblicato, nel maggio 2017, il suo studio sugli oggetti volanti non identificati a Medjugorje.

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