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Cosa era lo Shamir?

Lo “SHAMIR” è il misterioso e potente oggetto presente nella tradizione ebraica che viene citato in numerosi midrash.
I midrash sono racconti popolari che ampliano e arricchiscono gli scarni testi dell’Antico Testamento. Il midrash che parla dello Shamir, riporta che, per la costruzione del Tempio, Salomone aveva dato ordini molto precisi.

Secondo la Legge di Mosè, nessun materiale utilizzato per la costruzione del Tempio doveva essere lavorato con attrezzi di ferro o di  metallo in generale di cui son fatte le armi, evitando così di contaminare quel luogo sacro. L’altare specialmente, non doveva essere profanato in nessun modo da quel contatto, e nel cantiere non doveva entrare nemmeno un chiodo; né tanto meno martelli, scalpelli, picconi o altri utensili.

Tanto è vero che la pietra,arrivava sul posto già squadrata, in modo che durante i lavori non si sentisse nel Tempio nessun rumore metallico. L’unica maniera alternativa di lavorare la pietra senza impiegare strumenti di ferro era quella di usare il “magico Shamìr”.

Dio stesso, secondo la tradizione, l’aveva consegnato a Mosè sul Sinai, il quale se ne era servito per incidere i nomi delle dodici tribù sulle pietre incastonate nel pettorale e sull’ “Efòd” che facevano parte dei paramenti del Sommo Sacerdote. Da allora però lo Shamìr era sparito e non si sapeva più che fine avesse fatto. Gli indizi sull’esistenza dello Shamir provengono da almeno una quindicina di midrashìm diversi, alcuni dei quali molto antichi.

Lo Shamir, creato alla fine del sesto giorno della Creazione,possedeva la proprietà di tagliare qualsiasi materiale per quanto durissimo, anche il più duro dei diamanti. Per questa ragione venne utilizzato da Mosè per lavorare le gemme poste sul “pettorale del giudizio” del Sommo Sacerdote. I nomi dei capi delle dodici tribù furono dapprima tracciati con l’inchiostro sulle pietre destinate a essere incastonate nel pettorale e anche sui fermagli di onice, posti sulle spalline dell’ “fòd”. Poi lo Shamìr venne passato sui tratti, che rimasero così incisi come la stessa letteratura rabbinica spiega.

Il fatto più straordinario fu che l’attrito o l’azione che segnò le gemme non produsse nessun residuo. Sembra proprio la descrizione di un processo industriale moderno a guida laser. Lo Shamìr non poteva essere conservato in un recipiente chiuso di ferro o di qualunque altro metallo, poiché lo avrebbe fatto scoppiare, forse a causa del calore derivante da una possibile radioattività.

Radioattività che giustificherebbe i malanni di Re Salomone e di Re Davide dopo l’utilizzo dello Shamir e della elevata mortalità di coloro che lo maneggiarono a lungo senza le dovute precauzioni. Una volta usato, andava avvolto in un panno di lana e deposto in un cesto di piombo pieno di crusca d’orzo. Queste sono istruzioni troppo dettagliate per essere esclusivamente attribuite a un oggetto mistico.

Lo shamir era sicuramente uno strumento altamente tecnologico capace di generare un potente flusso di energia al plasma capace di fondere la pietra ed anche saldarla come fanno le nostre saldatrici con il ferro.

Ma come viene descritto ?

Il Talmud (Pesachim 54) lo racconta essere come un “verme tagliente” e nello Zoar (74 a,b) come un “tarlo metallico divisore”. Nel Talmud (Mischna Avot 5/9) si parla di una creatura di origine minerale che gli Ebrei indicano come un “verme”, un “tarlo capace di forare i minerali più duri”. Nel tanach, Geremia 17/1, viene descritto come un “diamante”: ” uno stilo (la penna usata all’epoca per incidere sulle tavolette di cera), e con una punta di diamante”.
Un raggio laser ricavato utilizzando proprio un diamante.


Questo “verme di diamante” veniva adoperato per tagliare e forare; considerato un “attrezzo divino”.
Se ne conoscevano diverse grandezze, Salomone ne aveva uno piccolo come un chicco di grano, tutti conosciuti con il nome di “Shamir”. Veniva chiamato tagliatore o anche “tarlo”, dal momento che praticava fori come l’insetto.
Andò distrutto insieme al secondo tempio di Gerusalemme.

Come infatti testimonierebbe il abot 9 “(…) quando il tempio fu distrutto, lo Shamir sparì”. In abot 5 è scritto che lo Shamir fu creato nei sei giorni della creazione del mondo. In sotah 48 b, si dice che Mosè portò lo Shamir nel deserto per costruire l’Efod, il pettorale destinato ad Aaron, come stabilito nel patto col Signore cui si fa riferimento nella Bibbia – Esodo 28,9: “prenderai due pietre di onice (durissime) e inciderai su di esse i nomi degli israeliti, seguendo l’arte dell’intagliatore di pietre per l’incisione di un sigillo”. Mosè per far ciò istruì due tagliatori di pietra, Bezaleel della tribù di Giuda e Ooliab, figlio di Achisamach, della tribù di Dan. La conferma si trova anche nella Bibbia, Esodo 36,2.


L’Efod continuò a esistere per più di mille anni dopo il tempo di Mosè, milioni di Ebrei ebbero modo di vederlo; come videro certamente i Templi di Gerusalemme costruiti senza usare utensili di ferro. “Per la costruzione del tempio si usarono pietre già squadrate altrove, così, durante i lavori, nel tempio non si udì rumore di martelli, scalpelli, picconi o di altri utensili metallici” (Bibbia I° Re 6/7)
L’uso di tale attrezzo non era facile, perché i testi raccontano che fu necessario istruire i preposti al suo impiego, come si farebbe oggi nell’esecuzione di un lavoro specializzato.

Difatti il Signore dovette trasmettere “saggezza e conoscenza” negli uomini “perché fossero in grado di eseguire i lavori”. Usavano quindi una tecnologia avanzatissima. Zoar 74 a,b: lo shamir fu in grado di spaccare e tagliare ogni cosa, tanto che non fu necessario impiegare altri attrezzi di metallo per eseguire il lavoro.
Si racconta che fossero strumenti che emettevano “raggi infuocati” capaci di perforare corpi umani. “Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul Sinai, gli diede due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio”. (Esodo 31,18) .


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